LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

 

Il giorno 2 luglio 2019 la Fondazione ha organizzato a Modena un seminario di approfondimento sulla Riforma del Terzo Settore.

 

Sono intervenuti Paolo Cavicchioli, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e presidente dell’Associazione tra Fondazioni Casse e Monti dell’Emilia-Romagna; Antonio Fici, professore di diritto privato, avvocato in Roma, già Consulente del Ministero del Lavoro in tema di riforma del Terzo Settore; Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali; Federico A. Amico, portavoce Forum Terzo Settore Emilia Romagna e Roberto Museo, direttore Associazione Nazionale Centri di Servizio per il Volontariato.

 

Pubblichiamo di seguito una sintesi testuale dell’intervento di Stefano Zamagni e la ripresa video del seminario suddivisa nei cinque interventi.

 

di Stefano Zamagni

 

  “Dal 3 agosto del 2017 è in vigore il “Codice del Terzo Settore. Si tratta del più corposo dei cinque provvedimenti emanati in attuazione delle legge di riforma I 06/2016. I mesi prossimi vedranno la pubblicazione dei decreti ministeriali attuativi della Riforma stessa – decreti che consentiranno di dare ali ai principi fondativi contenuti nei provvedimenti già approvati. Ma quali sono questi principi che, al modo di pilastri, sorreggono l’intero impianto della Riforma? Per ragioni di spazio, ne sottolineo solo alcuni. Il primo concerne il passaggio dal regime concessorio a quello del riconoscimento. L’autorità pubblica non deve più concedere autorizzazione ad un soggetto di Terzo Settore che intenda perseguire “senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale” (art. 4, c.1 ). L’autorità pubblica deve piuttosto prendere atto dell’esistenza di una tale volontà ed esigere- come è giusto che sia – il rispetto delle regole, oltre che esercitare i relativi poteri di controllo. Si tratta di un passaggio di portata epocale che varrà a sprigionare tutte quelle energie che la società civile italiana è in grado di esprimere, ma che fino ad ora sono state appesantite da strutture burocratiche e da vincoli amministrativi privi di ogni giustificazione razionale. I controllori, infatti, anziché giudicare i risultati, privilegiano la valutazione della legittimità degli atti. Ciò in quanto troppa parte delle norme che riguardano la nostra amministrazione pubblica sono dettate da una cultura del sospetto e dunque mirano alla prevenzione, cioè a dire a rendere difficile la nascita del nuovo. Eppure, sono proprio gli enti di terzo settore ad accrescere la solidità del tessuto sociale, concorrendo a ridurne la “liquidità” di cui ha estesamente parlato Baumann.

 

  Un secondo principio si riferisce al superamento di quella concezione che vedeva il Terzo Settore come insieme di enti chiamati a compensare gli effetti perversi dei c.d. fallimenti del mercato e dello Stato. La Riforma accoglie, invece, la concezione del Terzo Settore come complesso di istituzioni di regolazione per il controllo in senso equitativo dell’attività economica, per accrescere la dotazione di capitale sociale (di tipo bridging), per rafforzare le azioni di advocacy (patrocinio) a tutela dei diritti di cittadinanza. Per dirla in altro modo, la Riforma sancisce il transito dalla concezione “additivista”, secondo cui gli enti di Terzo Settore si aggiungerebbero ai soggetti degli altri due settori (Stato e Mercato) occupando una propria nicchia, ad una concezione “emergentista”. Secondo quest’ultima, quella del Terzo Settore è una forma di agire che va a modificare le relazioni già esistenti tra tutte le sfere della società. L’immagine che viene alla mente è quella del lievito che, una volta inserito nella massa di pasta, la fermenta tutta quanta, e non solo una sua parte. Perché questa sottolineatura è importante? Perché vale a proteggerci dalla furia costruttivista di guardare al risultato, al cosa si fa, dimenticando il come si fa e il perché si fa. Nell’agire degli Enti di Terzo Settore, principio (la motivazione) e fine (il risultato) si uniscono, proprio come avviene nel cerchio (E’ ad Eraclito che si deve l’icona del cerchio, dove, appunto, inizio e fine coincidono). La Audit Commission inglese nel Rapporto 20 I 7 (Ho use of Commons Public Services and Third Sector, Rethoric and Reality, 11 ° Report, Londra, 2008) aveva scritto: “Non v’è evidenza che i servizi sociali trasferiti al Terzo Settore mostrino un miglioramento di qualità dopo il trasferimento”. Ecco perché c’è bisogno di misurare l’impatto sociale, cui ora rivolgo l’attenzione.

 

  Il terzo principio fondativo è l’accoglimento da parte del legislatore della cultura dell’impatto sociale. (Cfr art.7, c.3). La misurazione dell’impatto sociale di un’attività è un’espressione della evidence based policy, una prassi questa che sempre più sarà destinata a prendere piede nel nostro paese sulla scia di quanto già accade in Europa e nel mondo anglosassone. Infatti, l’idea che va affermandosi è che non è sufficiente limitarsi a dare conto dell’output di un certo progetto-poniamo, il numero di persone prive di lavoro che hanno partecipato ad un certo corso di formazione. Quel che in più è necessario far conoscere è sia “l’outcome” del progetto stesso – ad esempio, quante persone tra i frequentanti del corso hanno poi effettivamente trovato lavoro in un certo lasso di tempo – sia l’impatto sociale, ossia il cambiamento sulla comunità di riferimento generato dall’attività svolta. (Quanto a dire che occorre mostrare se e in quale misura il bene viene fatto bene!). Chiaramente, il grosso problema che va risolto è quello di giungere a definire metriche per la valutazione dell’impatto sociale che tengano conto dell’identità e della missione specifica dei diversi enti di Terzo Settore.

 

  Ne Il Fedro, Platone si serve della metafora dell’auriga che conduce una biga a due cavalli per suggerire come procedere per ottenere buoni e copiosi risultati da un certo corso di azione. L’auriga è l’elemento razionale dell’azione che deve guidare le passioni; i cavalli rappresentano l’elemento passionale. Senza razionalità, la biga (cioè il Terzo Settore) mai raggiungerebbe la sua meta, ma senza passioni (idealità e motivazioni intrinseche) la biga non andrebbe da nessuna parte. E’ in ciò il senso ultimo – ossia la direzione – della prima Riforma organica del Terzo Settore in Italia.”

Introduzione di Paolo Cavicchioli

Intervento di Antonio Fici

Intervento di Stefano Zamagni

Intervento di Federico A. Amico

Intervento di Roberto Museo